Storia di tutti i giorni

Da una storia vera .

La signora Rosaria doveva essere stata proprio una bella donna. Molti anni fa, quando non aveva ancora la gobba. Ora di bello le erano rimasti solo gli occhi, le mani, il sorriso forse. Quando riuscivi a vederlo, raramente, a volte. Come si fa a sorridere oggi, senza una pensione, senza un lavoro, lei, che giunta oltre i sessanta, deve ancora sudare , in una lavanderia, a stirare e lavare i panni. Per forza si è curvata, sono stati il peso della fatica e degli anni ad averla fiaccata. Rosaria è stanca di questa vita, delle giornate passate ad arrancare, a contarsi i soldi in tasca. A desiderare un vestito, la spesa al supermercato, una vita normale, come quella che si vede tutti i giorni in televisione. Suo figlio poi va quasi per i trenta, senza un futuro, un mestiere, un buon esempio. Quand’è che si sposerà ? Quand’è che comprerà casa ? Quando una macchina bella ? Quando andrà in vacanza ?Vivere a Scampia non è semplice, ci sono tante tentazioni, tanti cattivi esempi, ci sono i guappi, la polvere, bianca e linda. Poi, vivere nelle case dei puffi è ancora peggio. Perchè si chiamano case dei puffi ? Perchè sono azzurre, piccole e strette, come il buco del culo di certe signore che vivono nei quartieri alti. Rosaria le conosce bene queste signore, le ha servite fino a ieri l’altro. Una di esse l’ha denuncia per furto. L’ha chiamata “ ladra, sgualdrina, mignotta” , lei, la signora della labbra rifatte, labbra che ha consumato a furia di fare …… suvvia non fatemi essere volgare, non fatelo essere a Rosaria. Dopo tutto è una signora, una donna perbene, senza soldi, ma sempre una signora resta. Infatti Rosaria a quelle accuse ha reagito sbattendo la porta, perchè lei non ha mai rubato, mai i soldi almeno. Magari un pò di argenteria, solo una volta, da ragazza. L’aveva fatto per comprare uno scialle a sua madre, era la sua festa, era di maggio. Poi, mai più niente. Quella mattina, come sempre, aveva messo il latte sul fuoco, e, mentre suo figlio ci inzuppava i biscotti, lei era andata dalla vicina a fare la spesa. Si, la vicina, la signora Teresa, aveva in casa un vero minimarket. Le case nelle palazzine dei puffi spesso sono come negozi. Ci si arrangia in quei posti. Per mantenersi onesti. Si arrotonda offrendo un servizio. Senza licenza, ma che importa. L’importante è non cadere nella trappola della camorra. Per fare un po’ di grana, la signora Teresa vendeva detersivi, scatolette di tonno, assorbenti, nu poco e tutto, a rate, a tant a’vota. “Signò non vi preoccupate, quando il masto vi paga mi portate i soldi. Intanto vi segno sul quaderno. Poi passate, con calma “

“Calma o’cazz” pensava Rosaria. Con la scusa di pagare un po’ per volta, Teresa applicava dei prezzi da vera farabutta. In questo modo, per mettere il piatto a tavola, era costretta a pagare il doppio e , senza accorgersene, aggravava la sua situazione, irreparabilmente. Così, poco per volta, i soldi che il masto le dava non bastavano per niente. Né per il pane, né per la pasta, né per le sigarette. Le prime volte si rivolgeva alla signora Patrizia, una donna biondo platino che prestava i soldi a strozzo. Così, per galleggiare e tirare avanti.

“Signò mi servono cento euro, poi ve li do appena mi paga il masto”

Quelle cento euro diventavano ben presto centocinquanta, poi duecento, poi mille. Poi un loop infinito fatto di rincorse per pagare le rate, sennò Patrizia le faceva spezzare le gambe. Davvero, niente scherzi. Una volta, essendo in ritardo con i pagamenti, Rosaria fece la faccia tosta, salì le scale fino al piano di sopra. Bussò la porta e, come se niente fosse, disse a Patrizia che non poteva pagare perchè non ce la faceva più, non aveva soldi, che le doveva fare uno sconto. Patrizia stava seduta dietro ad un piccolo tavolo di legno contando i pacchetti, era alti, colorati, erano belli. Aveva il braccio fasciato perché si era appena fatta incidere un nuovo tatuaggio. Una testa da morto con un fiore che spuntava dalle orecchie. Un vero obbrobrio. Patrizia la lasciò parlare poi alzò solo gli occhi, ascoltò le ragioni della signora Rosaria e non disse niente. Silenzio di tomba.

Allora Rosaria salutò e girò i tacchi poi scese le scale sollevata, pensava di averla fatta franca. “ Non posso più pagare, ce l’ho detto, è stato facile, che me ne fotte. “ si sentiva sollevata, leggera, un pò euforica. All’improvviso, mentre si appoggiava alla ringhiera sorridendo sotto i baffi, una mano la prese per i capelli e tirò forte. Poi con un calcio, qualcuno la spinse giù e la fece ruciuliare per le scale senza creanza. Rosaria sbatté la testa sulla ringhiera di ferro e si ruppe un dente, forse un braccio. Mentre cadeva sentì una voce di donna in lontananza, era Patrizia che bestemmiava la Madonna. Poi una minaccia, poi ancora la cifra in soldi. “ Me ne dovevi mille, adesso me ne devi mille e cinque, sennò la prossima volta, ti scanno”

Rosaria stava in terra, per le scale, da sola, in una pozza di sangue. Nessuno nel palazzo dei puffi aprì la porta, nessuno uscì a soccorrere Rosaria. La prima regola non scritta è quella che ti devi fare i cazzi tuoi in certi posti. Senza fiatare e protestare. Vige la legge del più forte che poi è colui che usa più violenza. Così Rosaria strisciando arrivò a casa e chiamò Giuseppe, suo figlio. Trovò la forza di usare il cellulare. “ Giusè, fai presto, sono caduta dalle scale” disse biascicando.

Quando il figlio rispose al telefono, stava di fronte, stava spacciando erba e se la stava anche fumando. Arrivò correndo e mentre lo faceva, chiamava l’ambulanza “ Fate presto “ disse poi soccorse la mamma.

Così Rosaria andò al Cardarelli per sette giorni e, curiosamente, fu felice di farlo. Almeno all’ospedale era contenta. Non doveva pensare a come sbarcare il lunario, non doveva pensare ai soldi. Le davano da mangiare , le pulivano la stanza. In quel posto non arrivavano le bollette. Che bellezza. Il problema si sarebbe posto fra sette giorni. Quando sarebbe tornata a casa. Allora ci sarebbe stata la sfilata fuori la porta. Teresa, Patrizia e chi più ne ha più ne metta.

Questo pensiero la spaventava a morte e non la faceva dormire. La notte faceva gli incubi. Vedeva ogni volta il tatuaggio di Patrizia che si animava e la prendeva a botte , sulla testa, con una mazza a forma di serpente. Poi si guardava le mani , le sue, piene di sangue e si svegliava sudata, nel letto della stanza numero 4 del reparto di chirurgia generale del Cardarelli.

Fu così che il settimo giorno Rosaria si alzò dal letto, erano le tre, era buio e faceva un po’ freddo. Era una notte di fine maggio. Aprì la finestra del corridoio e si fumò una sigaretta. Poi andò fuori, sulle scale antincendio e guardò le auto che sfrecciavano forte. Le ambulanze, una donna che portava una carrozzella piena di roba vecchia. Doveva essere monnezza. L’ansia la prese forte, le stringeva il petto. Solo l’idea di tornare a casa, nel palazzo dei puffi, le faceva venire la voglia di vomitare, stava male. Allora le balenò in mente la soluzione. Salì con i piedi sulla ringhiera del balcone, aprì le braccia, chiuse gli occhi e si lasciò andare, così, senza dire niente. Sentì il vento sulla faccia, fresco e profumato. Poi l’odore delle rose poi un tonfo e fu un attimo. Solo luce bianca ed un suono in lontananza, simile a quello che fanno le campane. DONG DONG !

Poi la pace, finalmente. Il rumore del tonfo attirò l’attenzione della donna con la carrozzella. Questa si girò, mise a fuoco poi sorrise. Poi ancora, portandosi una mano sulla bocca, disse “ Altro lavoro stanotte per mia sorella Morte “

Allora decise di avvicinarsi, lentamente, spingendo a fatica la carrozzella. Si inginocchiò e toccò la donna per assicurarsi che fosse veramente morta. Rosaria sembrava che stesse ridendo. Aveva una collanina d’oro bianco con la foto del marito, anch’egli morto, di tumore. Ormai era passato parecchio tempo.

“ Adesso stanno insieme all’altro mondo “ pensò la donna con la carrozzella.

Poi come se niente fosse, afferrò la collanina e se la mise in tasca.

“Serve più a me che a te adesso” e riprese la marcia zoppicando.

Dopo qualche minuto un’auto si fermò sgommando e un uomo scese urlando.

Si avvicinò al corpo di Rosaria, era contorto, in una pozza di sangue denso. Al suo fianco notò un biglietto. Con una grafia incerta c’era scritto “ Scappo da questa vita così come ho vissuto. Miseramente … vado all’altro mondo. Mò so cuntenta .“

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