Limoncello

Erano i primi di ottobre, un giorno come questo. Il vento freddo dentro la maglietta, il frinire delle foglie, come ali di insetto. Il mare, Sorrento, le scorze di limone sarebbero diventate limoncello. Il profumo del mosto, il sole, un tiepido fardello sulle spalle di piccolo uomo paffutello. Io.

Mi ricordo di te, la bottiglia, le scenate con cui sfogavi la tua rabbia. Ricordo mamma, il suo grembiule imbrattato di sangue, rosso come il mio, che sgorgava dallo stesso taglio sbiadito dal tempo. Ne è passato da quel giorno. Mi ricordo la Fiat 128, era argento, erano due gli assistenti sociali che mi presero in braccio. Io, in silenzio, ti fissavo, mi fissavi, il tuo odio potevo sentirlo sulla pelle. Il tuo odore, che era puzza disgustosa di alcool. La nebbia che offuscava il tuo cuore, il tuo amore, latitante come un bandito sulle montagne. Dissolto e dissoluto, tu. Io ero solo tuo figlio, uguale a te, come una goccia d’acqua. Eppure mi credevi di un altro, mi vedevi diverso. E lo ero. Mi hai scacciato, deriso, insultato. Mi hai ferito. Ma eri sempre mio padre. Quel giorno sei morto, quando lei è morta, per mano tua. Oggi ritorno. È passato del tempo, troppo. Ora sei solo, in un fosso. Guardo la pietra che celebra la tua pochezza di miserabile uomo di merda. Alfonso, 7 ottobre 1988. Sei ai miei piedi di bimbo, che è diventato grande col passare del tempo. Sulla collina c’è lo stesso vento di allora, lo stesso sole pallido che annuncia l’inverno. C’è il mare, il profumo di terra che dalle narici mi resta dentro. E brindo, ebbro, mi gira la testa. Se mi sforzo sono quasi contento. Lo sai? È la prima volta che assaggio il tuo limoncello.

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  1. 1
    Vane

    Scrittura drammatica – come rivelano le frasi breve, coincise – eppure visionaria, poetica. Un racconto breve che potrebbe già avere in nuce l’incipit di una storia di più ampio respiro. E bravo Vincenzo!

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