LA MARCHESA

La Marchesa

Era una serata come questa, uggiosa, fredda. Il cielo grigio d’argento brontolava parole senza senso. L’asfalto lucido di pioggia fine, fitta, illuminato di rosso, di giallo, di bianco, dai fari delle auto in coda. Era l’ora di punta, un macello. Qualcuno smadonnava suonando il clacson, altri ingannavano l’attesa su WhatsApp, altri ancora parlavano del tempo, che banalità! La marchesa, invece, era ancora lì, imperturbabile, dietro il grosso vetro del suo ufficio megagalattico, all’ultimo piano di un grattacielo fatto di specchi, sulla Avenue, in pieno centro. E osservava tutta quella gente andare avanti. Dove? Se lo chiedeva da sempre senza darsi una risposta soddisfacente. Quel giorno osservava le gocce di pioggia trasparente disegnare cuori, fiori, serpenti, segmenti lunghissimi sul vetro dove il suo respiro lasciava il segno. La condensa, migliaia di particelle di vapore acqueo più caldo del mondo esterno.

– Che bello – pensava mentre ci disegnava un cerchio, con le dita nodose, deformate, come fossero rami di ulivo rinsecchiti, scheletriche appendici sopravvissute allo scorrere inesorabile del tempo. Già, il tempo. Aveva lasciato il segno. Sul viso, sul corpo raggrinzito, nei suoi occhi spenti. Aveva assopito appetiti altrimenti incontenibili. Era sempre stato difficile soddisfarli. In certi ambienti, una persona in vista come lei, una donna importante. Talmente tanto da spostare capitali così ingenti da far fallire una banca. O scatenare guerre. Magari finanziando estremisti. Le guerre di religione, poi, erano le sue preferite, le più cruente. E più ci pensava, più il suo appetito diventava insostenibile. Da un po’di giorni era così, come una presenza ingombrante, un compagno di viaggio oscuro, assillante.

– Meno male che hanno inventato internet – pensò. Perché soddisfare certe pulsioni non era mai stato così semplice. Bastava andare su certi siti di appuntamenti, ci volevano solo pochi secondi, una telefonata, poche parole, niente fronzoli.

La marchesa era impaziente. Guardava l’orologio continuamente, come se fosse un’adolescente in attesa che il suo ragazzo l’andasse a prendere. Le prime cotte, immagini sbiadite, di osso di seppia, su vecchie fotografie dai bordi consunti. La donna le aveva distrutte. Tutte, da tempo immemorabile. Ne aveva viste tante. Tante storie, tanta gente. Amicizie, amori, affetti, tutti volati via, come se niente fosse, sublimati in un istante. Lei, solo lei, per sempre. Col suo appetito crescente, l’unica costante nella sua vita eterna.

Le otto meno un quarto, puntuale. Come l’altro. L’interfono si mise a squillare, con quel cicalino invadente. Una voce femminile, efficiente, annunciava la presenza del fustacchione muscoloso, quello scelto su internet. Stallonipersempre.com, solo per vecchie bacucche. Take away, finalmente.

– Si mangia- Il tipo muscoloso non aveva capito niente. Regolare. Cosa poteva aspettarsi da una vecchia intabarrata in un tubino sexy?

– La solita serata di merda – pensò, – mai che mi capitasse carne fresca. – Allora cominciò a inscenare la patetica commedia.

– Come ti chiami… bla, bla, bla.

– Come sei sexy… bacio sul collo, mano sulla chiappa cadente. Bla, bla, bla.

– Mi stai facendo impazzire… la sua mano cominciò a stringere una zizza. Era moscia, come una zampogna asfittica. Cascante.

– Baciami – disse la donna, ansimando. – Baciami come se fosse l’ultima cosa che farai a questo mondo – lo disse ancora, come se non volesse altro.

E ci fu un incrocio di labbra, di lingue, di denti. Poi, all’improvviso, qualcosa cominciò a succhiare forte. Sempre più forte, sempre più potente. Il fustacchione sentì le viscere salirgli su, con un movimento verticale che dalle chiappe spingeva imponente, come un conato di vomito incontrastabile. Provò a divincolarsi, con tutte le forze che aveva in corpo. E più si opponeva, più la marchesa succhiava forte. Labbra contro labbra, come una mostruosa ventosa. Il tipo muscoloso non aveva speranze. Intrappolato in un abbraccio mortale, senza via di scampo. Era spacciato, come una mosca in una ragnatela di un ragno. In poco tempo divenne un inutile involucro di pelle informe. La marchesa si sentiva in forma smagliante, e più ingoiava, più diventava attraente.

– Che schianto – disse ammirando la sua figura allo specchio. Poi, si asciugò l’ultimo rivolo di sangue che le colava dalla labbra. Si aggiustò i capelli e fece un sorriso scintillante quando notò la rotondità delle sue tette.

Ad un certo punto, l’interfono si rimise a squillare. Come prima, forte e invadente.

– Signora marchesa, è tutto pronto, fra pochi secondi inizia la videoconferenza. –

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