IN UN’ALTRA VITA

Un racconto liberamente ispirato dalla canzone  “Orme ”  di Josef Foll front man dei P.O.P.P.O.

Andate su Youtube per ascoltarla. Bellissima.

 

In un’altra vita

« Se in un’altra vita già ti amavo » Joseph Foll stava cantando la sua canzone, un’altra volta. Non so quante l’ho ascoltata. Molte, di sicuro, e non mi sono mai stancato. Poi, ad un certo punto, decisi di spegnere la radio. Judy stava sbadigliando e avevo paura di annoiarla.

« Sai, credo che anche nella prossima vita ti amerò, come po­trei non farlo. Ti amo dal primo giorno che ti ho visto. E sarà sempre così, in eterno, un loop infinito di me e te, centinaia di vite insieme. Ci pensi ? Per me sarebbe bello rivivere la nostra storia altre mille volte. »

Io e Judy stavamo abbracciati su una panca di legno, fuori al terrazzo del nostro appartamento, guardavamo il mondo andare avanti, dove, per noi, non era molto importante. L’importante era stare lì, da soli, a parlare di quello che ci passava per la mente, per il solo gusto di farlo. Eravamo sereni quel giorno. Non accadeva da tanto, guardarsi negli occhi, parlare al futuro , farlo al plurale. Era una serata magica, troppo bella per sprecar­la, cielo ambrato, aveva appena finito di piovere, un temporale estivo che all’improvviso era arrivato e all’improvviso era spa­rito. Ora, nell’aria pulita e tersa, c’era profumo di fiori e caffè espresso. Mi sentivo calmo una volta tanto.

« Volare, Oh Oh » Anna stava cantando fuori al giardino della sua villetta , stendeva un lenzuolo bianco con le calle e una fila infinita di calzini e mutande. Sembrava contenta Anna, sebbene fosse stanca. Eppure sorrideva sempre nonostante lo scorrere inesorabile degli anni.

« Anna si è fatta vecchiarella e canta na’ schifezza. » dissi per cambiare discorso e ci fu un attimo di pausa, silenzio rotto sol­tanto dalla voce della vecchia che stendeva i panni.

« Io credo che nella prossima vita sarò un sasso. Voglio essere un bel sasso, di quelli grossi. Di quelli che stanno in mare, an­corati al fondo, quelli che è impossibile spostarli. Sarebbe figo non pensi ? » e nel dirlo Judy non mi degnò di uno sguardo. Poi, con un gesto automatico della mano, scavò nella borsetta, prese un pacchetto di Marlboro rosse e si accese una sigaretta aspirandone il fumo avidamente. Guardava lontano Judy, all’in­finito, verso il tramonto, dove una gazza ladra stava svolazzan­do senza meta, forse inseguiva un sogno, il suo, chi può dirlo. Poi si sporse in avanti ed accavallò le gambe. Erano lisce e lunghe. Mi piaceva tanto accarezzarle.

« Potresti essere un bel sassolino tondo. Magari un bimbo po­trebbe lanciarti in acqua, oppure potresti rimbalzare sulla cresta delle onde. Uno, due, tre balzi, forse molti altri. Hai mai fatto rimbalzare una pietra sull’acqua ? »

« Si, tante volte. Ero una specie di campionessa sulla spiaggia dei Maronti. Però a me piacerebbe essere un masso spigoloso. Di quelli nascosti sotto al pelo dell’acqua. Hai presente ? La gente ci andrebbe a sbattere con i piedi. Così farei vedere le stelle a tutti quanti. »

Nel dirlo aspirò un’altra boccata di fumo, acre e pesante, poi, espirando, disegnò un cerchio azzurro. Dopo poco, inspirando ed espirando nuovamente, ne fece un altro, ancora uno, poi, l’ultimo, soltanto per ingannare il tempo.

« Mamma mia che cazzimma. Non è da te essere così cazzimo­sa. Fare del male alla gente, non appartiene alla tua natura, così no, non ti riconosco. »

« Che ci vuoi fare, la gente cambia, poi la vita mi ha ferito tante volte, talmente tante che, alla fine , ci ho fatto il callo. Adesso desidero solo restituire pan per focaccia. Ne ho bisogno, devo farlo. Devo vendicarmi di tutti quelli che mi hanno fatto pian­gere amaramente. »

Io restai in silenzio senza controbattere, conoscevo la sua sto­ria, il suo percorso di vita . Sapevo che la sua giovinezza non era stata semplice. La morte del padre, la malattia, l’operazione alla testa. La riabilitazione e tutta la sofferenza. Tutte queste cose avevano indurito la sua scorza come una corazza.

« Parlami dei tuo sogni. Quali sono le tue speranze ? »

Era una domanda retorica che volevo farle da tempo.

« Sinceramente, ho smesso di credere nei sogni. Prima pensavo che fossero traguardi da inseguire. Poi mi sono accorta che i sogni te li fanno diventare orizzonti. Per quanto cerchi di raggiungerli, loro diventano sempre più distanti. Questo Paese distrugge i sogni, ti prende, ti divora e corrompe. »

« Tu sei felice ? Con me intendo. »

« Non ci ho mai pensato veramente. Ora che me lo chiedi, si, con te sono felice. Per quanto, non lo so. Voglio vivere il momento. »

« Quasi quasi mi offendo. »

« Perché mai ? La felicità è un attimo, lo sanno tutti. E’ un morso saporito che devi saper prendere. Te lo devi gustare piano, a piccole dosi. Devi fartelo bastare qual tanto per fissartelo indelebilmente nei ricordi. »

« Hai ragione, sai ? Io credo di essere bulimico. Tendo a vivere la vita troppo velocemente. Inseguo traguardi e non mi fermo mai a godere dei miei piccoli momenti. Poi, quando mi fermo e guardo indietro, difficilmente ricordo l’attimo. In pratica, sono lo schiavo di me stesso. »

« E’ proprio quello che volevo dire. Prendi adesso. Quando ti capita più di stare insieme, così, solo per il gusto di farlo? Ti rendi conto che stiamo abbracciati solo per fare sesso ? Da quanto tempo non parlavamo così liberamente ? »

« Hai ragione. Era da tanto. Forse vent’anni. Dall’estate del ’98 a Palinuro. Ricordi ? »

« Si ma anche allora abbiamo passato le giornate chiusi in camera da letto. »

« Me lo ricordo bene. »

« E’ stato bello. La bellezza delle scoperta. »

« Bei tempi. La giovinezza. »

« Anche adesso siamo giovani. »

« Si, ma non è come una volta. »

« Tutto cambia. »

« A me manca il batticuore della prima volta. Mi manca il primo bacio, la prima notte. »

« A me manca la pizza fritta. »

« Che scema che sei… » e mi misi a ridere di gusto. Judy era così, aveva un umorismo particolare, molto più simile al sarcasmo. Era dissacrante. Era capace di smontare in un attimo tutto il tuo castello di sogni che faticosamente ti eri fatto. Sotto questo aspetto aveva un grande difetto.

« Passami la birra prima che si faccia calda. »

« Sei una rompiballe. Sarò il cinquantesimo comando che mi dai oggi. »

« Bhé ? Possono essere anche centocinquanta. Tu obbedisci. Io sono una donna. »

« Che significa ? »

« Che merito attenzioni. Merito il massimo, sempre.»

« Si, voi donne moderne. Volete essere uguali agli uomini, volete avere gli stessi diritti. La verità è che siamo diversi. »

« Sentiamo, in cosa saremmo diversi ? »

« Anzitutto, voi avete le tette. »

« Dai, seriamente. »

« Sono serio. Per esempio, ho sempre diffidato delle donne. Non ho mai capito come fate a sopravvivere se perdete sangue per cinque giorni. »

« Sei proprio un deficiente. »

« No, dico il vero. Come fate a vivere con il ciclo ? La sola idea mi fa ribrezzo. »

« In effetti, forse l’unica cosa di cui farei a meno dell’essere donna è proprio il ciclo. Non ho dei bei ricordi. »

« Vorrei vedere. »

« Ma serio. Mi ricordo la prima volta che mi venne. Il menarca. Stavo dormendo. All’improvviso un dolore fortissimo alla pan­cia. Poi, svegliandomi, vidi il sangue sulle gambe, nelle coper­te. Un spavento tremendo. »

« Perchè spavento ? »

« Perchè mia madre non mi aveva detto niente. Certi argomenti erano tabù. Mi ricordo che quando la chiamai per chiederle aiu­to, lei mi diede uno schiaffo e mi disse ricorda, adesso sei una donna. »

« E basta ? »

« E basta. »

« Minchia, che infanzia di merda. Non me lo avevi mai detto. »

« Non ti ho detto tante cose . »

« C’è qualcos’altro che dovrei sapere ? »

« Niente di importante. »

« Però c’è qualcosa, lo sento. »

« Uffa, perchè vuoi sapere sempre tutto ? »

« Perchè ti voglio bene. Non so perchè ma credo che ci sia qualcosa che ti turba. »

Judy allora si liberò dall’abbraccio ed io pensai che questo fos­se un brutto segno. Poi, si accese un’altra sigaretta. Seguirono un paio di minuti in cui rimanemmo in silenzio. Lei, alzandosi, andò al parapetto. Era quasi notte ormai. La vedevo darmi le spalle, la vedevo bella, vedevo il suo culo perfetto. Pensai a quanto fossi fortunato ad averla. Pensai ai bei momenti poi, inevitabilmente, a quelli brutti. Quando era stato concreto il pe­ricolo di perderla.

Ad un certo punto Judy si girò di scatto e spense la sigaretta.

« Tanto vale dirtelo. Devo operarmi un’altra volta. »

Che volete che vi dica, mi cadde il mondo addosso. Ne fui shockato, senza parole. Lo sguardo fisso sui suoi occhi tristi, non potevo distoglierlo, mi ero perso.

« Come, devi operarti un’altra volta ? Me lo dici così ? Come se niente fosse ? »

« Come dovrei dirtelo. »

“ Con un po’ di tatto per esempio. “

Queste parole, onestamente, potevo risparmiarmele. Judy ne fu ferita nell’or­goglio. Ed aveva pure ragione. Ero stato un coglione megaga­lattico.

« Hai sentito la stronzata che hai detto ? Non ci posso credere, mi stai chiedendo di avere tatto ? Lo stesso tatto che hai tu adesso ? Vogliamo fare cambio ? Io ti do le mie tette malate di cancro, tu mi dai il pisello. »

« Mi dispiace, non volevo offenderti. Sono sicuro che non è niente, oggi la medicina fa miracoli, si risolve. »

« Chiudi quella bocca, per piacere. Non hai ancora capito che sto morendo ? »

No, Dio , ti prego. Judy no, non è giusto, ha già sofferto tanto. Poi senza lei, come faccio ?

Lei è la mia roccia, la mia ancora di salvezza.

« Tu sei tutto per me, cosa vuol dire che stai morendo ? »

« Ma sei scemo o sordo ? Me ne sto andando all’altro mondo. Basta, sono arrivata al capolinea di questa vita di merda. »

Mi alzai e le andai incontro. Volevo abbracciarla, farle sentire la mia vicinanza, il mio sconforto. Lei mi cacciò e non volle nessun contatto.

« Perchè ? » le chiesi. Il suo rifiuto fu come uno schiaffo.

« Perchè non voglio compassione. Sono stanca di combattere. La morte non sarà poi tanto male. E’ parte della vita, indissolu­bilmente. Devo accettarla. »

« Ma non è detto » le dissi « C’è sempre una speranza. Sentia­mo un altro parere. »

« Ho un sacco di metastasi. Mi resta poco. »

Judy si mise a piangere. Un pianto composto, silenzioso. Solo un paio di lacrime a rigarle il viso. Non l’avevo mai vista farlo prima. Mai. Neanche al funerale di suo padre. Judy era una roccia che si stava sgretolando.

Poi fra noi scese il silenzio. Io rimasi a guardarla e non avevo il coraggio di aprire bocca. Lei rimase ferma, a braccia conserte, mi dava le spalle.

« Che fai, stai zitto ? Sembri tu il moribondo. »

« Non so che dire. »

« Di quello che ti pare. »

« Ti amo tanto. Non voglio perderti. »

« Non puoi farci niente. Non possiamo. E così che va il mon­do. Ognuno ha il suo destino. Il mio è stato quello di combattere e ho perso. Ma con onore, non pensi ? »

« Si, sei una guerriera. Ho sempre pensato che lo fossi. »

« Luca, ho paura. Anche i guerrieri hanno paura. »

« E’ normale averne. »

« Secondo te, cosa c’è dopo ? »

« Il Paradiso, suppongo. »

« E se non ci fosse niente ? Se dopo la morte ci fosse solo buio pesto ? »

Avevo il cuore a pezzi. Non sapevo cosa dire, cosa fare. Con­solare un condannato, non c’è nessuna scuola, nessun corso che possa prepararti a farlo. Mi toccava improvvisare.

« Una volta ho parlato con un prete dei miei dubbi. Della mor­te, della vita, del trapasso. Gli ho chiesto il perchè di tanta sof­ferenza. Gli ho chiesto se ce ne fosse davvero bisogno. »

« Cosa ti ha risposto ? »

« Tutto e niente. Ha detto qualcosa a proposito della Fede. Che alcune cose sono misteri inspiegabili e che le vie del Signore…»

« Si lo so, sono infinite. Scusa la franchezza, è una spiegazione del cazzo. »

« Sono d’accordo » le dissi « bisognerebbe mettersi nei tuoi panni. Posso abbracciarti adesso ? »

« Si » disse lei « stringimi forte e non lasciarmi. »

« Se non ti hanno dato speranze, perchè hai deciso di operarti ? »

« Per non dare soddisfazione a questo cancro di merda. Io non mi arrendo. Devo tormentarlo. Almeno quanto lui tormenta me. Gli parlo spesso sai ? Gli dico quanto è stronzo. Mi sta uc­cidendo piano piano senza sapere che quando sarò morta, por­terò anche lui nella tomba. Non sarebbe più conveniente una tregua brutto bastardo ? »

Adesso non stava parlando con me ma con il mostro.

Si accese un’altra sigaretta, era almeno la terza nel giro di una pagina.

« Dovresti smetterla con queste. Ti fanno male. Fanno male a tutti. »

« Magari fanno male pure al cancro. »

« Magari gli fanno bene a quel bastardo. »

« Già, quasi quasi per fargli un dispetto, smetto. »

E si mise a ridere. Un sorriso stanco, come quello di chi ha scalato una montagna e si piega sulle gambe. Esausto.

Era esausta Judy, scarica di mente. La conoscevo bene, da tanto, troppo tempo. Sebbene avesse intenzioni bellicose, un animus pugnandi, era sul punto di arrendersi. Avrebbe issato ben presto bandiera bianca. Come darle torto. Sarebbe andata un’altra volta sotto ai ferri. Inutilmente, come Don Chisciotte contro i mulini a vento. Le battaglie impari raramente si vincono. Specie quando hai un traditore che ti fiacca dall’interno, come un parassita suicida che ti divora il cervello.

« Non crollare Judy. Ti prego, non farlo. Ho bisogno di te, del tuo essere speciale. »

« Quanto sei egoista. Lo sei sempre stato. Ti sto dicendo che fra poco creperò e tu che fai ? Pensi a te, ai tuoi bisogni, al tuo uccello. »

« Che c’entra il sesso adesso ? »

« Niente. Tu ragioni con l’uccello perchè sei una testa di cazzo. Adesso ti odio e non voglio farlo. Sparisci, dammi tregua. Solo per un giorno. »

E mi indicò la porta senza degnarmi di uno sguardo.

Io provai a dire qualcosa, provai a difendermi, provai a sfiorarla ma niente. Sapevo di aver sbagliato, avevo scelto male l’ approccio, il tempo. Tipico di ogni maschio su questa terra. E’ sempre così. Siamo poco empatici e spesso sarebbe meglio restare in silenzio.

Mi girai un’ altra volta e feci uno sguardo da orsacchiotto.

Lei mi diede le spalle, ancora, e non disse niente. Silenzio glaciale, freddo come metallo. Era davvero incazzata Judy, meglio lasciarla perdere, per esperienza. Allora feci la valigia poi uscii mestamente.

Quindi presi la macchina e andai in albergo, il Fandango, un motel piccolino sul Doppio Senso. Era squallido e frequentato solo da coppiette. C’era un mucchio di macchine nel vialetto e si sentiva una musica martellante, dance, in lontananza.

« Una festa, » pensai « potrei imbucarmi. »

Poi lentamente, mi avvicinai alla reception. Un tizio trasandato stava leggendo un fumetto. Aveva la maglietta dei Nirvana e un tatuaggio colorato sul braccio destro. Sembrava un teschio.

« Buonasera, mi serve una camera, singola, per stanotte »

Il tizio alzò gli occhi e mi guardò di sottecchi.

« Cinquanta euro, anticipate » disse con modi spicci. Poi si accesa una sigaretta.

Allora pagai il conto e feci per dargli i documenti.

« Non servono questi, camera numero quattro, buona notte. »

Presi le chiavi e non dissi niente. La cosa mi pareva strana ma pensai « contento tu, contento tutti » poi feci spallucce con nonchalance.

Entrai nella stanza e mi guardai intorno. Pareti bianche, letti scadenti, materassi a molle. Macchie rosse sui muri, di sangue, di zanzare fatte a pezzi. « Che schifezza » pensai sforzandomi di dominare la voglia di darmela a gambe. « Dormirò vestito, in queste lenzuola non ci entro neanche morto. »

Allora accesi la televisione per ingannare il tempo. « Magari becco un film d’azione o un poliziesco. » Invece beccai il Grande Fratello. « Che serata di merda. »

Quindi, non avendo portato neanche un libro, cominciai a rigirarmi nel letto. Ero inquieto. Una, due, tre, cento volte, supino, sul fianco, a destra poi a sinistra. Infine, mi arrotolai nelle coperte. Non riuscivo a prendere sonno quella notte. Pensavo a Judy, alla nostra lite, alle conseguenze. « Speriamo si aggiusti tutto. » Poi, non pensai più a niente.

Nelle altre stanze, invece, ci stavano dando dentro come mandrilli. Era fin troppo evidente. Avete mai frequentato un hotel per coppiette ?

Se state in silenzio si ascoltano gemiti e urla di godimento.

«Ancora, ancora » una donna se ne stava venendo.

Impossibile dormire per me che ho il sonno leggero di un poppante.

« Mai una gioia, mai una pace » pensai coprendomi le orecchie. Poi, all’improvviso, quello che non ti aspetti.

Nella stanza a fianco, la numero cinque, due ricchioni si stavano scopando. «Si, dai, più forte, non fermarti » sentito da due uomini, vi assicuro, è piuttosto disturbante. Lo so, sono omofobo, ipocrita, razzista. Ma la cosa mi diede molto turbamento, difficile per me fare finta di niente. Così mi sforzai di pensare a Judy, nuovamente, a me, ai nostri progetti, alla sua morte imminente. Uno strazio di primo acchito, tachicardia, turbamento. Poi, provai a immaginare la mia vita senza lei e mi parve pure interessante. Potevo viaggiare, tornare tardi, ubriacarmi. Cose che con lei non avrei mai potuto fare. A proposito, avrei potuto anche tatuarmi.

« Che cazzo vai a pensare. Adesso dormi. » dissi fra me e me commiserandomi. Infine, quando i due ebbero finito di incularsi, mi abbandonai chiudendo gli occhi. Erano pesanti e stanchi, avevano contato almeno 2000 pecorelle.

La mattina seguente c’era un tempo di merda, pioggia, freddo per essere estate, traffico congestionato sul Doppio Senso. Mi svegliai in mutande e mi accorsi che stavo tremando. Avevo un mal di testa feroce, la bocca impastata ed un’erezione imbarazzante.

Allora andai in bagno e feci i miei servizi. Poi mi chiesi se fossi ancora in tempo per mettere qualcosa sotto ai denti. « La colazione, chissà se è compresa nel prezzo. »

Allora aprii la porta e notai che il corridoio era deserto. Silenzio finalmente, moquette rossa sotto i piedi e tutte le porte delle stanze aperte. In una c’erano ancora i resti di un bivacco, in un’altra, carta igienica e profilattici, in terra, gettati come se niente fosse, senza ritegno.

Nella stanza attigua alla mia, la numero cinque, quella dei due amanti maschi, c’erano nell’ordine, una camicia, dei pantaloni e due cravatte. Poi, sul letto, un corpo semi nudo se ne stava immobile a pancia sotto. Lo guardai bene, sembrava che stesse dormendo.

« Ehi amico » gli dissi, « stasera avete fatto bagordi fino a tardi. Un casino tremendo, talmente tanto che non mi avete fatto prender sonno. »

Il tizio fece finta di niente e rimase fermo anzi, a ben guardare, sembrava che non stesse neanche respirando.

Allora mi avvicinai quatto quatto e vidi meglio.

« Tu non stai dormendo, tu sei morto » e mi feci prendere dal panico. « Porca miseria mo che faccio ? Chiamo aiuto, la polizia…»

E mi venne in mente il tipo curioso della reception.

Flash bianco.

« Allora dottore, com’è morto ? »

Un vecchio con l’impermeabile mi stava guardando di sottecchi, sotto lo stipite della porta, stava aspettando un mio verdetto. Aveva un panama che gli nascondeva gli occhi e, con un fiammifero, si accese una sigaro senza distogliere lo sguardo. Era un toscano e puzzava di merda.

« Dice a me ? » gli dissi e a momenti mi veniva un infarto. Poi pensai se esistessero ancora i fiammiferi e chi diavolo avesse voglia di comprarli. Quindi mi guardai allo specchio. Avevo un camice bianco, gli occhiali tondi, anche se ci vedevo benissimo, ed uno stetoscopio al collo.

« A chi allora ? Ci siamo solo noi in questa stanza, a parte il morto, ovviamente. »

Il vecchio con il panama inspirò una boccata di fumo acre e grigio. Io gli diedi un’occhiataccia, lui, con un sorriso falso, mi disse « le dà fastidio il fumo ? » e espirando me lo buttò in faccia.

« Deficiente » pensai e non gli diedi peso più di tanto.

Allora cominciai a esaminare il corpo. Era violaceo, freddo, rigido, petecchie dietro le palpebre, sul corpo. Erano piccole e rosse, facevano senso. « Sono sicuro che è morto per soffocamento. Vede ? Ci sono anche strani segni rossi sul collo. A proposito, lei chi è, chi l’ha chiamato ? L’uomo della reception ?»

« Si, proprio lui, lo smilzo. Permetta che mi presenti, Attilio M. Sono il becchino e sono venuto a prendere il corpo » disse stringendomi la mano.

« Non sarebbe meglio aspettare la polizia ? »

« Se aspettiamo gli sbirri finisce che il tizio sul letto diventa vecchio. Poi dovremmo dare troppe spiegazioni, burocrazia, interrogatori, sospetti.»

E si mise a ridere, di un riso falso. Adesso potevo vederlo meglio, aveva la pelle butterata, i capelli bianchi, impomatati, labbra sporgenti. « Lei non vuole che si sospetti del suo operato, vero ? » e usò un tono come quello di chi sa già la risposta.

Io, che cominciavo a capirci poco, non dissi niente anzi, desideravo darmela a gambe, rapidamente.

« Dove crede di andare ? Deve aiutarmi. » il vecchio con il panama mi prese per un braccio e strinse forte.

« Attento amico, molla l’osso » protestai e mi feci brutto liberandomi dall’abbraccio.

Poi mi obbligò a spostare il corpo. Era pesante e rigido, quindi, lo caricammo sul furgone nero dello schiattamuoto.

Sul Doppio Senso c’era un traffico tremendo. Per arrivare dal becchino ci mettemmo troppo tempo, un paio d’ore almeno e tutta la compilation degli Squallor. Avevo una fame tremenda, avevo saltato la colazione, si era fatto tardi. « Devo avvertire Judy, si starà preoccupando. Devo tornare a casa, da mia moglie, mi sta aspettando. Fatemi fare almeno una telefonata, ho il cellulare in tasca, ci metto un secondo. »

Il vecchio mi guardò come fossi matto poi, adagiando il corpo del morto su un catafalco, disse, con una punta di sarcasmo : « Cazzo è un cellulare ? » e sputò il sigaro dalla bocca.

All’improvviso la porta si aprì con un cigolio sinistro.

« Dove l’avete preso sto manzo ? » una donna bellissima arrivò trafelata, con un po’ d’affanno. Poi cominciò a guardarmi.

« Piacere, Luca F. » dissi con un po’ di imbarazzo. « Mi scusi se la guardo con insistenza ma lei è identica ad una persona che conosco anzi, a ben guardare… sembra proprio la sua gemella. »

« Bhè, che dire, è un modo originale di approcciarsi » la donna fece un sorriso imbarazzato. Stava arrossendo.

« Dico il vero, sono serio. Lei è tale e quale a Judy, la copia esatta. »

« Come diavolo fai a sapere il mio nome ? Ci stai provando ? » la tipa fece uno sguardo corrucciato poi cominciò a scrivere qualcosa su un pezzo di carta.

Era bellissima, che altro dire, eterea e travolgente. Non potevo fare a meno di guardarla ero estasiato. Con una scusa buttavo l’occhio dalle sue parti. Facevo finta di ammirare un quadro astratto, poi, di nascosto, le sue chiappe quando si alzava per andare in bagno. Poi ebbi l’occasione di attaccare bottone. Successe nel mattatoio, un’enorme stanza mortuaria dove parcheggiavano i corpi in attesa di cremazione.

La vidi sola fra grossi pezzi di carne in putrefazione. E fumava tanto. Lo faceva per non pensare forse, era distratta. Distrattamente guardava lontano, un punto fisso, all’orizzonte, con quei suoi occhi chiari dallo sguardo disarmante. E ricercava l’infinito Judy, lo faceva da sempre. Ma non voleva ammettere che per farlo avrebbe dovuto andare oltre il muro bianco della sua stanza. Era senza speranza. Perdeva tempo.

« Posso farti compagnia ? » le dissi facendomi coraggio.

« Si » disse lei, « qui è proprio un mortorio. »

Incrociò le gambe e prese a tirare forte. Un fumo azzurro e dolce. Io mi sforzai di sorridere me ero a disagio. C’era un brutto odore nel mattatoio, odore di putrido, di morte. Odore di sangue vecchio.

« Non ti dà fastidio questa puzza ? »

« Ci sono abituata, è la puzza della morte. Mi fa compagnia da sempre. Mi ricorda mio padre, l’hai conosciuto vero ? »

« Si, è un tipo forte. »

« Insomma, ha seppellito tanta di quella gente. »

« Ma non hai paura di tutti questi morti ? »

« Perchè dovrei ? I morti non hanno mai fatto male a nessuno. Personalmente ho più paura dei vivi che dei morti. I morti sono saggi. Ti raccontano delle storie. Guarda questo, per esempio. L’ho chiamato Freddy. E’ morto per un infarto mentre guidava un pullman. Si è tirato dietro tutti quanti. I passeggeri, la altre macchine. Involontariamente, ha fatto una strage. »

« Eh però, che destino infame. »

« Il Destino non è infame. E’ solo solerte. Non molla mai. Ti insegue dappertutto e ti prende. Al momento giusto. Come tutto si compie, poi, è solo un dettaglio. Si vede che per qualche oscuro disegno, era giunta l’ora di tutta quella gente. Era scritto che dovevano morire in quell’istante. Per praticità, il Destino ha fatto in modo di risparmiare risorse. E li ha ammazzati senza creanza. »

« Bella teoria. Complimenti. »

« Tu, invece, hai paura della morte ? » disse brutalmente.

« Si, decisamente. »

« Non dovresti, post mortem nihil est. »

« Parla potabile. »

« Dopo la morte non c’è niente. »

« Mamma che angoscia » le dissi e trovai il modo per grattarmi le palle.

« Non fare così, non devi aver paura della morte. E’ una delle poche cose che non possiamo sconfiggere. Pensarci, è sopratutto inutile. »

« Io ci penso spesso alla morte. Al momento preciso del trapasso. Il solo pensiero mi spaventa. »

« E non dovresti farlo. L’unico comportamento giusto nei confronti della morte è quello di voltarle le spalle. Meglio godersi la vita che perder tempo a pensare a cosa ci sia oltre.»

« Mah, avrai pure ragione ma io non ci riesco a non pensare alla morte. »

« E ti fai soltanto del male. E’ il pensiero della morte che ti fa star male. Io non ci penso più di tanto. Credo che ci sia qualcuno che accende e spegne l’interruttore della nostra via. Quando questo qualcuno clicca su ON, si accende la luce e cominciamo a vivere. Quando clicca su OFF, la luce si spegne e siamo morti. Così come non abbiamo alcun ricordo del nostro stato pre natale, non avremo parimenti alcuno quando calerà il sipario sulla nostra vita. Tu ricordi qualcosa del tuo stato pre natale ? »

« Nulla, assolutamente nulla. Ma che c’entra ? »

« C’entra, c’entra. Non ricordi niente perchè prima che tu nascessi eri nulla, eri nihil. Così sarà per la morte. Fidati, non vale la pena di angosciarsi. Morire non deve essere così brutto come sembra. Anzi. »

« Quindi, mi stai dicendo di vivere l’attimo ? »

« Hai capito bene. »

« Allora dammi un bacio. Ti amo tanto, ti ho sempre amato. Anche in un’altra vita. All’infinito ti amerò, per sempre. »

« L’hai sempre fatto e sempre lo farai? » Judy fece per avvicinarsi.

« Si. »

« Giuramelo. » e fece altri due passi avanti.

« Te lo giuro. »

« Sei un tipo che va subito al sodo , vero ? » adesso era davvero vicino, poteva sentirne il respiro, il profumo del lucidalabbra, quello dei capelli.

« Puoi dirlo forte. » E sfoderai il mio sorriso migliore.

Allora Judy mi guardò come se fossi un angelo poi, accarezzandomi la guancia, mi diede un bacio. Era dolce, morbido, umido, profumato. Io chiusi gli occhi e sembrò che il tempo si fosse fermato. Sembrava un attimo di amore eterno. Sarebbe durato ? Allora rimasi fermo e strinsi forte, strinsi Judy, i suo fianchi, arrivai finanche ad accarezzarle le chiappe. Lei mi guardò e, maliziosamente, fece un’espressione ammiccante. Rimanemmo così, abbracciati, senza dire niente. Io, le chiappe, Judy. Strinsi un po’ più forte.

Silenzio assordante. Poi un flash, tutto bianco.

All’improvviso, un botto ruppe l’idillio.

Io mi destai come se avessi fatto un brutto sogno. Poi aprii gli occhi e mi ritrovai veramente in un incubo.

C’era gente che scappava dappertutto lungo i viali che costeggiavano Corso Umberto. Un grosso panzer tedesco avanzava lentamente ed ogni tanto sparava un colpo di cannone. Sembrava invincibile. Un manipolo di coraggiosi ragazzini, tutti scugnizzi, alcuni con elmetti, altri con baionette che sembravano essere giganti rispetto al loro corpicino di virgulti, sferravano colpi, esplodevano proiettili, granate, bombe a mano. Chitemmourt, gridavano contro i crucchi.

Poi, un tedesco mangiacrautiatradimento, si materializzò dal retro del carro armato e fece fuoco. Ammazzò due ragazzi, a sangue freddo, il più piccolo poteva avere poco più di dieci anni. Io diedi un urlo che soffocai subito. Poi mi portai le mani al volto. Inorridito. « Allora è questa la guerra » pensai con infinito turbamento. Poi, ancora, un suono assordante. Era il rumore delle sirene che ci avvisava che il bombardamento era imminente. A breve gli angloamericani avrebbe sganciato le loro bombe sulla città, sui civili, sui tedeschi. Indistintamente.

« Vieni, Luca, presto, dobbiamo andare, dobbiamo scappare.

Rapido. Non lo senti l’allarme ? »

Judy aveva gli occhi spaventati e la faccia provata dalla paura di morire, dalla fame, dagli stenti. Con tutte le forze che le erano rimaste, tirava il mio braccio penzolante, era quello di uno che non poteva credere ai suoi occhi. Era il 1943, era settembre. Un vecchio giornale ingiallito, lurido, ridotto a brandelli, titolava a caratteri cubitali, ARMISTIZIO poi, con un trafiletto “ la guerra è finita finalmente. “

Finalmente o’cazz. L’esercito italiano era allo sbando, a Napoli si moriva forse più che a ogni altro posto. Come è sempre stato, come adesso.

I tedeschi avevano iniziato il rastrellamento.

« Guagliò » mi disse un vecchierello « devi scappare, devi fujire perchè, se ti prendono, finirai in un campo di concentramento. Presto, seguitemi che vi porto al rifugio, sarete al sicuro. Almeno per stanotte. »

A me capitò di buttare l’occhio su un manifesto. Era scritto in italiano ma con la mano di un tedesco. Intimava agli uomini in età compresa fra 18 e 33 anni, la chiamata al lavoro obbligatorio. In pratica una specie di deportazione volontaria nei campi di sterminio polacchi.

« Se si cazz » disse un giovane facendo il gesto dell’ombrello. Io feci altrettanto e cominciai a seguire il vecchio che, nonostante l’età, correva come un razzo.

Arrivammo nei pressi di San Gregorio Armeno, a pochi passi dai sotterranei, quelli famosi, quelli greco romani. Avevamo il fiato corto, eravamo sudati ed esausti. Non vi dico la fame. Non c’era niente da mettere sotto ai denti, da mesi, da anni. Durante il tragitto, poi, avevamo avuto una fortuna sfacciata,. Avevano evitato a culo un posto di blocco dei crucchi, nascondendoci in un basso, precisamente sotto al letto di donna Concetta, un signora di mezza età che si fingeva moribonda, affetta da peste. « L’ha contratta mio marito durante la campagna d’Africa, nel ’40. » Una sceneggiata in tempo di guerra. Vita, sofferenza, faccia tosta e teatro di strada. Anche così si riusciva a sopravvivere e portare a casa la pelle. Erano tempi duri, quei tempi.

Anche questi, Luca, anche questi.

Si, hai ragione ma andiamo avanti.

I sotterranei erano bui, umidi, profondi. Scavati nel tufo, nella notte dei tempi. Poi riconvertiti a rifugio contro i bombardamenti. Gli americani, ci avranno anche liberato dai crucchi, però, che figli di puttana i lori comandanti. Bombardavano la città a tappeto, senza nessuna creanza per la popolazione, i monumenti. Anche loro hanno fatto centinaia di morti.

« Dobbiamo essere riconoscenti agli americani. Ora sono a Salerno, arriveranno a salvarci.»

« Sti cazzi. Ci salveranno solo se prima non ci uccideranno tutti con le loro bombe. Sporchi yankees.»

Due signori piuttosto distinti si stavano beccando come galli. Io li guardavo fisso, curiosamente. Secondo me quello che odiava gli americani era un simpatizzante dei fascisti.

« Smettetela di litigare » disse Judy. Era in lacrime e stava singhiozzando. « Tanto moriremo tutti. Indistintamente. Preghiamo insieme, magari il Signore ci sente. »

Judy, me la ricordavo diversa. Fatalista, pragmatica, agnostica.

Vederla impaurita e rassegnata, mi stava sconvolgendo. Lei, che per me era sempre stata una roccia, sembrava una bambina vulnerabile, fragile come cristallo.

« Che vai dicendo » le dissi, « noi non moriremo. Non morirà nessuno, ne sono certo. »

« Si, parli facile tu che sei un reduce. Ci hai fatto il callo. Io sono stanca di vedere morti, corpi straziati, sono stanca di ascoltare le urla delle donne cui hanno ucciso un figlio, un marito. Sono stufa della fame, dei bombardamenti. Sono stufa di tutto. »

Judy era a un passo dal baratro. Stava crollando.

« Figliola, desideri confessarti ? » un prete di provincia si fece avanti fra la gente. Per dare un conforto, una parola buona, un consiglio. Secondo me, anche lui, aveva bisogno di farsi coraggio.

« Padre, ho paura. Ho paura della morte, del grande passo. Ho paura dell’ignoto.»

« E’ normale » disse il religioso « ma noi siamo cristiani. La morte non deve spaventarci perchè non è la fine di tutto, ma l’inizio di una nuova vita. Di quella eterna. Non devi temere, abbi fede. »

« Temo di non averne abbastanza. »

« Il Signore ti darà la forza di affrontare tutto. Forza, recitiamo insieme un Padre Nostro. »

Poi, qualche secondo dopo, un tremendo botto.

« Schnell, schnell » voci tedesche si stavano avvicinando.

Avevano scoperto il nascondiglio, ci stavano quasi addosso.

D’un tratto i Mauser cominciarono a sparare. Una raffica intimidatoria utile a farci spaventare. Alcuni di noi erano armati e provarono a difendersi, cacciarono le pistole ma furono subito sopraffatti. I loro corpi crivellati furono lasciati a terra, in un’enorme pozza di sangue.

Judy cominciò a piangere. « Dio mio aiutaci. » disse stringendo un crocifisso.

Il comandante del plotone nazista si avvicinò al nostro gruppo. Poi cominciò a scrutarci. Ci fece mettere dapprima in ginocchio poi, in un italiano incerto, ci disse di mettere le braccia sulla testa. Io mi sentivo in trappola ed avevo un brutto presentimento. Infine scelse a caso le vittime.

Indicò me, Judy, il vecchio prete e un altro paio di giovanissimi combattenti. Era chiaro a tutti che volevano fucilarci.

« Luca, mi dispiace. » Judy stava tremando.

« Di cosa ? » le risposi ostentando sicurezza.

« Mi dispiace di non averti sposato, di non averti dato dei figli. »

Io non dissi niente.

« Mi sarebbe piaciuto costruire una vita insieme a te. Mi sarebbe piaciuto invecchiare. Mi sarebbe piaciuto… »

« A me piace tutto di te. Anche questo momento. L’hai detto tu, in un’altra vita, di non aver paura della morte. Non po’ essere così male. Sarà come quando si spegne la luce. Il buio. Il silenzio. La pace. Per sempre, finalmente.»

« Luca, ti amo » e mi strinse la mano. Forte.

« Anch’io, ti ho sempre amata e sempre ti amerò. All’infinito. »

« Giuramelo. »

« Te lo giuro. »

Poi il nazista diede l’ordine.

L’ultima cosa che sentii fu il rumore metallico del Mauser.

Poi, niente. Morimmo tutti, sul colpo, fu un attimo.

Aveva ragione Judy, ce l’aveva sempre. Dopo la vita trovai solo buio, silenzio. Trovai la pace dei sensi. Non avevo fame né sete. Non provavo amore e sofferenza. Ero parte di tutto e parte di niente. Ero solo un ricordo offuscato fra tanti altri.

Poi…

Un suono flebile, un ronzio, una voce. In lontananza.

Era monotona e fredda.

« Ok, puoi procedere. »

Click.

Qualcuno accese la luce sul palcoscenico della mia esistenza.

« E’ iniziato il conto alla rovescia. Fra poco si risveglieranno. »

Una voce asettica stava concludendo l’esperimento.

Io aprii gli occhi e fu come risvegliarmi da uno strano sogno. Avevo la bocca impastata ed uno brutto sapore metallico.

Judy al mio fianco, stava sbadigliando ma non parve riconoscermi.

« Anno del Signore 2045, è il dott Friendfritz che parla. L’individuo sintetico Luca 1 si è risvegliato. Funzioni vitali nella norma. Senso critico assente. L’individuo sintetico Judy 2 si è risvegliato. Funzioni vitali alterate. Senso critico presente e in fase evolutiva importante. Mmm, nel lobo temporale è presente una piccola area neuronale di origine organica. Strano. Molto strano. Sto scaricando i files associati. Da una prima analisi, l’individuo sintetico Judy 2 pare abbia sviluppato una complessa rete neuronale in cui risiede l’idea di Dio nonché tutte le implicazioni connesse in tema di fede e religiosità. E’ un fatto davvero singolare. Mmm, una specie di miracolo evolutivo che non credevo potesse succedere ai sintetici.» Friendfritz fece una pausa poi giunse ad una conclusione terribile e, allo stesso tempo, irreversibile.

« L’individuo sintetico Judy 2 non risponde, mi accingo a formattare. »

CTRL + ALT + INVIO.

Dopo qualche minuto di silenzio, Friendfritz emanò l’amara sentenza: « Il sistema operativo non riparte. Ora 23:45. Judy è morta. Per sempre. »

« Se in un’altra vita già ti amavo… » la canzone di Josef risuonò per l’ultima volta nella mia stanza bianca, stretta, anonima. Poi, con le lacrime agli occhi, cancellai il file dall’Ipad. Spensi la radio e mi fermai a guardarla. « Chissà dov’è Judy adesso » mi chiesi. Da allora non ho mai smesso di cercarla.

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