Avana 8

Avana 8

Napoli è più bella di notte. Mi piace tanto. A me, che di giorno dormo, sempre, mi alzo parecchio dopo mezzogiorno. Poi, mi riposo, ancora. Perchè la notte è lunga per un tassista. A proposito, piacere, mi chiamo Alfonso ma potete chiamarmi Avana 8. Il mio taxi è troppo bello, è vintage Per i miei amici è solo checazz, per me, invece, è a fine do munno. Stiamo parlando di una 127 gialla con le bande nere sui fianchi. I sedili in pelle maculata, i fari alogeni. Paga poco di assicurazione, è iscritta all’ASI, non pago il bollo. Di notte, quando accendo i fari, sono azzurri. Non vi dico l’effetto che fanno sull’asfalto bagnato. La fine del mondo. Avana 8 è troppo checazz. Lo dicono tutti, lo dico io , i miei amici, i clienti. Si, Napoli è bella di notte, senza traffico, senza i pedoni che rompono le palle. Sapete, qui, specie a piazza Garibaldi, i pedoni non rispettano il semaforo. Mai. Fanno finta di niente e si buttano, confidando nel fatto che tu, automobilista, non li metti sotto. Io mi chiedo addò sta scritta sta cosa. Poi penso, che me ne fotte e passo avanti. Sono un animale notturno, che ve lo dico a fare. Mi piace fermarmi col taxi fuori alla pompa della Esso, vicino al Loreto mare. Il pronto soccorso. Lì staziona Tonino per e musso, un tipo di mezza età, con il suo Apecar modificato, vende frattaglie di maiale cotte, con sale e limone. A fine do munno. Io e il mio taxi ci facciamo grandi scorpacciate di per e musso, cient pell, zizz e vacc, di notte, anche se non le digerisco. Mi dico, chi se ne fotte, e vado avanti, trippa a loop. E’ bella Napoli di notte, c’è di tutto. Tanta gente strana, tanti fattarielli interessanti, un sacco di tantantelle. Mò ve le racconto. Vi racconto di quella volta che non avevo tanto da fare, avevo appena finito una corsa. Una corsa normale, due vecchietti da portare a casa, dall’ospedale. I postumi di un femore rotto. I due non avevano nessuno ad aiutarli, non avevano i figli, solo un bastone di legno a sorreggerli, dopo tanti anni, ancora abbracciati i due vecchierelli. Veramente, mi disse la vecchia, di figli ne avevano quattro. Tre lavoravano a Ischia, uno stava a Eboli e faceva l’idraulico. Nessuno di loro aveva trovato il tempo di andarli a prendere. La ruota gira per tutti, disse il marito della vecchia mentre pagava la corsa, e non sapevo se l’antifona fosse riferita a me o ai suoi figli. Io li portai a casa, lo feci di fretta evitando pedoni e fossi. Mi scappava di pisciare e non riuscivo più a trattenerla. A momenti me la facevo addosso. Allora li vidi salire le scale un po’ per volta, claudicanti e lenti, troppo per me che dovevo andare al bagno. Mi fecero un po’ pena i vecchi, poi mi dissi, non ce la faccio, mi scappa, mò scappo, che me ne fotte. Gli lasciai le valigie in terra e saltai nella 127 gialla. Poi, dopo qualche curva, mi fermai alla pompa della Esso, svuotai la vescica e ordinai una birra, ghiacciata, dissi, poi mangiai una porzione di per e musso. Che ve lo dico a fare. Era a fine do munno. Quindi andai al cesso. La seconda volta. Mi sentivo meglio, entrai nel taxi. All’improvviso, mentre me ne stavo seduto sui sedili maculati di Avana 8, con la musica a palla, anni 70, la voce suadente di Grazia, la ragazza del servizio taxi, ruppe l’idillio come se niente fosse. Sempre sul più bello pensai e diedi un morso a un pezzo di trippa cient pell. Avana 8 diceva, mi senti ? Io facevo finta di non sentirla. Dovevo ancora finire la birra. Era gelata, frizzante. Mi dava gusto. Il nastro di una vecchia cassetta stava ancora suonando. 88 min di musica, quella bella e magica, The great Pretender. C’erano i Platters con me, non avevo bisogno di altro. Avana 8, ancora. Grazia stava insistendo, i Platters stavano terminando il nastro nella cassetta SONY HF Silver rossa. Si, sono io, dissi a malincuore, spensi la radio. Sono pronto, dissi ancora. Lo sono sempre quando bisogna iniziare una nuova corsa. E misi in moto. Avana 8 partì subito, con un rutto. Viale colli Aminei, civico 88 disse Grazia. Grazie Grazia, feci io, mi sto precipitando come un razzo. Otto minuti al massimo. Arrivai sgommando e a momenti prendevo un fosso per evitare un pedone che stava attraversando. Sotto al cancello anodizzato del palazzo, c’era una donna, poteva avere quarant’anni. Un fisico asciutto, snello, fasciata in un tubino nero. Il viso nascosto da una veletta, calze a rete, rossetto rosso. Che volete, per me era a fine do munno. E’ lei che ha chiamato ? Chiesi alla donna. Era distratta, io mi chiesi che nome avesse. Lei entrò in macchina sbattendo la portiera e non disse niente. Rimasi fermo a guardarla, dallo specchietto. Lei si accese una sigaretta. Non si fuma qui dentro le dissi. Lei fece spallucce. Secondo me pensò che me ne fotte. Come fanno tutti del resto in questo posto. Manifattura del tabacco, via Gianturco, disse la donna con la voce stanca. Io ingranai la marcia, Avana 8 avanzò ruttando. Fa il giro largo disse la donna che stava fumando. Largo quanto ? Le dissi. Largo largo, passa per via Caracciolo. Questo non è un giro largo è un girotondo, dissi accendendo il tassametro. Le costerà molto. Non importa, mi disse. E si accese un’altra sigaretta nel giro di pochi secondi. Poi restammo in silenzio per un pezzo. Arrivammo sul lungomare in poco tempo. Non c’era traffico quella notte, non c’erano i pedoni a rompere il cazzo. Facemmo presto. Fermati, disse la donna, fammi respirare un po’, fammi sentire il mare, il profumo. Il tassametro corre dissi. Lei fece spallucce. Per me pensò, che me ne fotte. E aveva ragione, l’avrei pensato anch’io, Napoli è troppo bella di notte. La vidi fumare, avidamente, la vidi di spalle. In verità, mi soffermai a guardarle le chiappe. Poi decisi di avvicinarmi. Stava piangendo la donna, in silenzio, due lacrimoni le rigavano il viso tondo. Cosa la turba ? Perchè piange ? Le dissi. Lei scrollò la testa come per dire che non c’era niente. Poi gettò la sigaretta e prese una collana di perle dalla borsa. La vedi questa ? L’ho trovata nella tasca di mio marito. Lavora come guardiano alla Manifattura del Tabacco. Ha detto che voleva farmi una sorpresa. Secondo me, invece, ha un’altra. Me mette e’corn. Magari dice la verità le dissi. Magari mi tradisce con una mignotta, disse lei. L’altra sera gli ho trovato una macchia di rossetto sulla manica della camicia. Bhè, pensai, è la classica pistola fumante. Dovetti ammetterlo. Portami alla Manifattura disse lei, presto. La faccio finita stanotte. Mi sono rotta. Lo colgo sul fatto. Allora entrammo in auto e misi in moto. Io mi aggiustai il giubbotto, lei la gonna. Avana 8 partì sgommando. Poi fece un rutto e parecchio fumo bianco. La strada per arrivare alla Manifattura del Tabacco è tutta rotta. Buche dappertutto, fossi profondi. Non vi dico quando piove. Si aprono voragini. Avana 8 avanzava valorosamente, fra mille asperità, ondeggiando. Come se fosse una piccola nave in balia da una violenta tempesta. Stringeva i denti il mio taxi, anche stavolta ce l’avrebbe fatta. Ne ero certo. Finirò per rompere una sospensione dissi alla donna. Lei scrollò le spalle e, sono sicuro, pensò che me ne fotte. Ad un certo punto chiese di fermarmi. Poi mi fece spegnere i fari, dovevamo appostarci. In lontananza notò la macchina del marito, poi la sagoma femminile coi capelli lunghi, infine un uomo, la prendeva da dietro, era evidente, ci stavano dando dentro. Allora la donna si incazzò di brutto e uscì dal taxi furibonda. Si avvicinò alla macchina del marito, aprì la porta e cacciò un urlo. Un uomo con le braghe abbassate si diede alla fuga. Aveva gli occhi spaventati, imbarazzati, insomma, stava morendo dallo scuorno. Io mi misi a ridere. Lo faccio sempre quando assisto a scene di corna. Allora la fedifraga uscì dall’auto, sguardo basso, aveva una parrucca che le cadeva dalla testa. Geggè, disse la donna, questo vestito, è quello che ho indossato al matrimonio di tuo fratello. Avevi detto che la lavanderia l’aveva perso. Geggè rimase in silenzio. Poi ancora, la donna realizzò tutto. Allora prese un revolver e lo puntò in faccia al marito che si era travestito da donna. Pensavo che mi avessi messo le corna, potevo accettarlo. Ma farti inchiappettare come una puttanella qualsiasi, questo non lo accetto disse. Dopo un attimo, con la mano tremante di chi non riesce a contenere la collera, fece fuoco. Schizzi di sangue sulla faccia della donna le sporcarono il viso, la veletta, il cappello. Della faccia di Geggè, invece, non rimase niente. In un attimo di ordinaria follia, la donna si girò verso il taxi. Adesso potevo vederla bene. Aveva gli occhi sconvolti dalla furia omicida di chi ha perso completamente la testa. Io ingranai la retromarcia e mi diedi alla fuga. Lei puntò il ferro contro di me e sparò un colpo. Colpì uno dei fari alogeni di Avana 8. Io imprecai, maledetta, dissi. In compenso fui salvo. Avevo una strizza incredibile, avevo bisogno di un goccio. Roba forte. Avevo visto sparare a un uomo a sangue freddo. Avevo visto il sangue e la materia di cui è fatto un cervello. Cominciai a girare in tondo, sempre più veloce, sempre più veloce, sempre più… veloce. Il tempo stava rallentando. L’orologio analogico di Avana 8 stava cambiato il senso di rotazione. Stavo sognando ? Poi… Mentre bevevo l’ultimo goccio di birra ghiacciata, frizzante, e ci provavo gusto, Grazia mi svegliò da uno strano sogno. Avana 8, diceva. Avana 8, mi senti ? Si, ti sento, mai stato più felice di farlo. Tutto bene ? Mi disse, sembri scosso. Tutto bene. Forse mi sono appisolato, forse ho fatto un brutto sogno. Le dissi. C’è una chiamata, sei pronto ? Sempre pronto quando c’è da iniziare una nuova corsa. Ero a disagio. Avevo la bocca impastata e un cerchio alla testa, bello stretto. Viale Colli Aminei civico 88, disse Grazia. Grazie Grazia, ci vado subito, 8 minuti al massimo. Allora ingranai la marcia. Mi sentivo stanco. Avana 8, invece, nonostante avesse 888888 kilometri, partì ruttando. Fumo bianco e denso. Stavamo arrivando.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *