A mio padre

E’ arrivata finalmente. Erano quasi quattordici anni che avevamo appuntamento. Da quel giorno caldissimo, era la fine di agosto, quando il cuore mi si stracciò da petto. Cazzo, che male, tremendo. La ricordo avere il colore del vomito, era giallo, era il mio, il sapore salato del sudore che mi bagnava i capelli. Sentivo freddo. Poi, ricordo la corsa in ospedale, aghi e tubi dappertutto. L’ambulanza, mio figlio che gridava forza, devi farcela. Ricordo che era buio in quello scrigno, il posto più profondo del nostro essere mortale, un posto asettico, perso fra il Dolore e la Speranza, che poi sono le due direttrici della nostra Esistenza. Un filo sottilissimo mi legava ancora a questa terra. Allora ero più magro, cchiù bellillo, e mi ci ero appeso con tutte le mie forze al filo sottilissimo. Non l’ho mollato un attimo. Lei, avete capito di chi parlo, mia sorella Morte, bussava forte fuori la porta serrata dello scrigno. Ho speso tutto per oppormi alla mia Sorte, stringevo forte la maniglia di ferro serrando i pugni.

  • Apri- diceva, – devo consegnarti l’ordine di comparizione, ti stanno aspettando.-

Io, bastardo irriverente che sono sempre stato, ho fatto finta di niente, ho stretto i denti, alla faccia dei medici che scuotevano la testa.

Non può farcela – dicevano.

  • Devo farcela – dicevo io – non mollo di un millimetro, io, resisto.-

    E alla fine il filo ha retto. Benedetta dieta vegetariana del cazzo.

Volete sapere come ho fatto ? Bene, adesso ve lo confesso. Dovete sapere che la Morte ha sempre fretta. Va fujenno. Se riuscite a resistere quanto basta, ma non saprei dirvi quanto, ci vuole mazzo, lei vi molla rassegnata, perchè altrove è sempre richiesta la sua presenza. Così ho vinto la battaglia.

Allora, a malincuore, sorella Morte mi ha fissato un nuovo appuntamento.

– Ci vedremo presto- mi disse, ma io non mi spaventai più di tanto. La Morte vive da sempre ( sta cosa mi fa ridere ) e per lei un attimo può essere anche eterno. Eppure, avrei voluto sapere quando. Se l’avessi saputo, infatti, mi sarei regolato diversamente, forse avrei fatto in modo di farla nuovamente franca. Invece, la Morte m’ha fatto fesso. Quando ha scritto quella data sul registro, ha nascosto il foglio con la mano, quella sinistra. Poi, alzando la testa, mi ha fatto un cenno, un sorriso sardonico che era tutto un programma. Io ho capito tutto. Sarebbe stata solo questione di tempo.

Adesso è qui. Con spoglie diverse. Ha il colore del mio sangue e la puzza di piscio di un pronto soccorso disperso sulle montagne. Pensavo di avere ancora diritto a stare a questo mondo. Accidenti, mi rammarico perchè non ho potuto salutare tutti. Non come avrei voluto almeno. Forse a qualcuno l’avrei mandato a farsi fottere, forse ad altri avrei chiesto scusa, perdono. Forse avrei bevuto un bicchiere di vino rosso, uno di troppo, oppure avrei mangiato un panino “ciccioli e ricotta .“ Forse. Con questo avverbio non sono mai andato da nessuna parte. E’ che non ho mai amato i mezzi termini, le mezze misure, le mezze persone. I mezzi uomini poi, non li sopporto. Non l’ho mai fatto. O tutto o niente. Eccomi. Io, Pasquale, non ho mai fatto compromessi. Mai fatto accordi. Son capatosta. Prendere o lasciare… altrimenti. Cazzi vostri.

Scusatemi ma devo fare presto, il tempo di un abbraccio, a mia figlia, arrivata giusto appunto adesso. Questo maledetto cuore si sta fermando, lo sento. Non ho la forza di rifugiarmi nello scrigno. Non questa volta. La Morte l’ha preparata bene questa giostra. Scacco matto, l’ho vista passare, nascosta dietro le lenti del medico che mi dice

  • Stia tranquillo è cosa e niente. –
  • Cosa e niente stu sasiccio.

Bisogno saper perdere. E’ giunto il mio momento, adesso volo via, lo faccio per sempre. Mi trovo in questa stanza scura e fredda. C’è silenzio. La Morte è come me la sono sempre immaginata. Una merda. E’ proprio vero che si muore soli a questo mondo. Mio figlio, gli ho stretto la mano, più forte che ho potuto, prima di spegnermi. Mi chiedo chissà se ha mai saputo quanto bene gli ho voluto.

“ Lo so papà, lo so che per me ci sei sempre stato. “

Adesso sono qui, sospeso, in una cassa piccolina, attendo il mio turno per l’imbarco. Vorrei farvi vedere quanta fila c’è. Infinita, sembra l’ora di punta. Se avessi un cellulare scatterei una foto per poterla condividere su internet. Intanto, nell’attesa, me la rido. Sono libero, come ho sempre desiderato e voluto. Che vi dico ? Non perdete tempo, è un attimo. Ci vuole fegato.

“ DLIN DLON “

E’ arrivato il mio turno. Devo andare. Ci vediamo, chissà quando. Io, aspetto.

Un abbraccio.

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